di Marco Signorile
Il 27 gennaio non è una data simbolica qualunque.È il giorno in cui, nel 1945, venne liberato il campo di Auschwitz. È il giorno in cui il mondo fu costretto a guardare in faccia l’abisso.
La Giornata della Memoria nasce per questo: non per ripetere parole, ma per impedire che l’orrore diventi distanza, che la storia si trasformi in archivio.E forse, per ricordare davvero, bisogna anche trovare nuovi linguaggi.
Uno di questi è il teatro.Perché il teatro non racconta soltanto: fa vivere, costringe lo spettatore a restare presente, a non voltarsi dall’altra parte.
La Memoria, sulla scena, non è mai astratta. Attraversa il silenzio, il limite umano, la coscienza.Esistono testi che hanno provato a portare l’indicibile dentro la parola teatrale, senza addomesticarlo. Tra questi, l’opera di George Tabori resta una delle più radicali: una scrittura cruda, visionaria, capace di ferire più di qualsiasi retorica.Nel suo dramma I Cannibali, nato dalla ferita privata della deportazione del padre ad Auschwitz, un gruppo di deportati viene spinto dalla fame fino all’estremo. E proprio lì, nel punto più oscuro, emerge un ultimo confine morale: non diventare simili ai carnefici
.Ho avuto il privilegio di attraversare questa materia in scena, al Teatro Metastasio di Prato, proprio in occasione della Giornata della Memoria. E da attore ho compreso qualcosa che resta: ricordare non significa soltanto sapere. Significa sentire. Significa non consumare il dolore, ma pensarci dentro.Tabori non cerca la commemorazione facile.Costringe lo spettatore a restare presente, a non guardare da lontano, ma a pensare.È un teatro che non consola.È un teatro che ricorda.E forse il senso del 27 gennaio è proprio questo: non permettere alla Memoria di diventare rito. Farne invece un impegno vivo contro l’antisemitismo, il razzismo, il fanatismo, ogni totalitarismo.Qualunque volto abbia.Qualunque tempo scelga per tornare.


