di Marco Signorile
Milano ha luoghi dove la storia sembra continuare a muoversi sotto la superficie delle cose. La Fabbrica del Vapore è uno di questi.Nel cortile, mentre il pubblico si raccoglie lentamente dopo la presentazione, l’opera appare con una semplicità quasi disarmante. Cinque grandi cerchi si intrecciano nello spazio, sospesi come un gesto essenziale che attraversa il tempo.
È Cerchi di Pace, il progetto promosso dalla Fondazione Franco Albini, che riporta nel presente uno dei segni visivi più emblematici del design italiano del Novecento.
La sua origine risale al 1956, quando Franco Albini, insieme a Franca Helg e Albe Steiner, immaginò per le Olimpiadi Invernali di Cortina un sistema visivo capace di trasformare la città in una scenografia collettiva. Un linguaggio progettuale in cui il cerchio diventava simbolo universale di incontro, movimento e condivisione.Quasi settant’anni dopo, quella visione torna a vivere attraverso un progetto che intreccia memoria, artigianato e arte contemporanea.
Durante la presentazione, Paola Albini racconta con lucidità e passione come questa rinascita sia nata dal lavoro d’archivio e da una rete di energie che progressivamente si sono incontrate.«All’inizio sembrava impossibile» spiega. «Abbiamo iniziato senza sponsor, ma quando le energie convergono accadono piccoli miracoli. Le sinergie arrivano strada facendo».E in effetti Cerchi di Pace è proprio questo: il risultato di una comunità di competenze.
L’installazione, allestita dallo Studio Albini Associati, restituisce allo spazio della Fabbrica del Vapore la forza essenziale del disegno originario. La struttura, realizzata in alluminio e progettata per essere smontabile e itinerante, è stata costruita dagli artigiani di Barone Italia, che hanno trasformato un progetto storico in una presenza fisica monumentale.«Siamo artigiani» racconta Francesco Barone «ma quando Paola ci ha parlato di Cerchi di Pace siamo entrati subito nello spirito dell’opera. Abbiamo lavorato in tempi strettissimi, spesso anche di notte, ma con la sensazione di partecipare a qualcosa che andava oltre il semplice lavoro».
Accanto alla struttura si inserisce l’intervento dell’artista Marco Gallotta, italiano residente a New York, che dialoga con il progetto senza sovrapporsi alla sua identità. Il suo gesto nasce da un’idea semplice ma potente: trasformare il segno progettuale di Albini in un messaggio capace di parlare al presente.«L’ispirazione è olimpica» spiega Gallotta. «Come la torcia che attraversa i confini portando un messaggio di pace. È quello che cerchiamo di fare anche noi oggi: creare comunità».
Quando l’incontro termina, il pubblico si sposta all’esterno. Nel cortile della Fabbrica del Vapore le persone si raccolgono lentamente attorno all’opera.Da vicino, i cerchi rivelano tutta la loro forza simbolica. Non impongono una direzione, non costruiscono gerarchie visive: invitano semplicemente a condividere lo spazio.Ed è forse proprio questa la loro qualità più contemporanea.In un tempo attraversato da fratture e confini, Cerchi di Pace riporta al centro un’idea elementare e potente: quella di una comunità che si riconosce nella condivisione.
L’installazione resterà alla Fabbrica del Vapore fino al 30 aprile, accompagnando alcuni dei momenti culturali più intensi della città — dal Miart al Salone del Mobile — prima di iniziare un percorso internazionale.Un viaggio che restituisce al presente una visione progettuale nata quasi settant’anni fa.Perché alcune opere non appartengono davvero al passato: rimangono in attesa, come scenografie silenziose, finché qualcuno non le riporta al centro della scena.


