Di Gabriele Naccarato
C’è un gioco infantile che apre il sipario: “Uno, due, tre, quattro, cinque… attraverso quale fessura mi vedi meglio”. Un sussurro che diventa subito crepa, preludio di un viaggio in nove quadri dove Calliope — la Musa della poesia epica — non ispira più nessuno. È lei, stavolta, a cercare disperatamente un’ispirazione.
Calliope non è la figura luminosa che guida gli artisti, ma un archetipo intrappolato, costretto a inseguire un’idea di creatività che non le appartiene più. Una Musa che ha perso la sua Musa.Il testo attraversa mito, religione e attualità, ma lo fa con un linguaggio che guarda dritto al presente. Calliope osserva come oggi l’ispirazione ritorni dal passato e che la sua penna non è stata usata per quella missione per la quale è stata concepita.
“La penna dovrebbe far sognare la libertà… invece ha condannato tutti” . Calliope si presenta come punta che incide, come inchiostro che dà forma al pensiero, come memoria che resiste. Ma la sua voce è incrinata. Ciò che era nato per custodire la libertà dell’immaginazione è diventato strumento di potere, di cancellazione, di riscrittura forzata.La figura rimossa della dea Asherah, la violenza patriarcale, le guerre che riscrivono il destino dei più fragili: tutto converge in un’unica domanda che la Musa lancia al pubblico come un’accusa e una supplica insieme: Chi decide cosa merita di essere ricordato?
Il mito che si sgretola, la realtà che chiede ascolto: “Sto dimenticando…”, confessa Calliope. Non è più la custode della memoria, ma una creatura ferita che tenta di sopravvivere al ruolo che le è stato imposto. E quando la Musa chiede: “Dite ci dispiace”, la platea diventa coro, rito, restituzione simbolica. Non un semplice finale, ma un atto politico.Eppure, nonostante tutto, possiamo ancora creare! Ed è qui che il discorso si ribalta. Per quanto ogni cosa sia stata scritta, incisa, tramandata — come ripete Calliope — la possibilità di creare qualcosa di nuovo non è mai morta. La novità non nasce dal nulla, ma dalle storie che portiamo nel corpo. Dalle esperienze che ci attraversano. Dalla capacità di trasformare ciò che siamo in gesto, parola, immagine. È il principio che guida l’Arte di danzar sé stessi del metodo Dance MySelf™: non imitare, non ripetere, non cercare fuori ciò che può nascere dentro. La creatività non è un dono concesso dall’alto, ma un atto di consapevolezza.
In un’epoca in cui tutto sembra già visto, già creato, detto, già performato, “L’Urlo di Calliope” è sorprendentemente semplice e rivoluzionario: continuate a studiare, a cercare, a lasciarvi ispirare dalle vostre idee e dalle vostre ferite. Perché senza saperlo, potreste essere proprio voi il prossimo capolavoro. E anche se nel mondo contemporaneo si ricorre ancora agli antichi archetipi (come nella danza e nella moda con Vogue) non avere paura di provare e continuare a sognare.

