di Paola Bignardi
Nell’inverno che si succedette all’esperienza Loro Piana, mi fu affidato lo studio di un testo inedito dal noto ed apprezzato regista salernitano Andrea Carraro, al quale devo tanto: l’esercizio di analisi delle cose, l’introspezione da cui nascono le idee, l’importanza del lavoro di squadra, alla base di tutte le cose.Il testo inedito, scritto dalla scrittrice Eva Franchi, “Il canto dell’allodola”, ispirato alla storia di Santa Caterina da Siena, con dettagli ed approfondimenti sulla sua vita e sulla genesi del suo percorso ascetico, rappresenta uno spaccato del tempo e dei fortissimi venti di cambiamento degli equilibri politici e religiosi, non senza artifici e slanci di enfasi romanzeschi e personali dell’autrice.Il mio incarico riguardava lo studio e l’elaborazione dei costumi di scena da realizzare per i personaggi descritti dall’autrice.
Così, grazie a questo nuovo viaggio, il tempo trascorreva tra gli approfondimenti del periodo storico e gli incontri per le prove a teatro, per osservare la crescita dei personaggi e la loro lettura interiore, donata dagli attori e dalle indicazioni di regia. Man mano che la scenografia, intrisa di interventi materici che plasmavano la pelle ed il cuoio, lasciati volutamente nei colori caldi dall’artista Michele Paolillo, prendeva forma, la mia immaginazione, immersa negli accostamenti cromatici di Giotto, della Cappella degli Scrovegni di Padova, si accendeva.
Poi, di colpo, mi ritrovavo a provare a ricomporre i medesimi cromatismi, scena per scena, sui personaggi del testo con i tessuti, attraverso ombre e luci, sui costumi che stavo elaborando e che poi avrebbero debuttato con la prima nel prestigioso Duomo di Amalfi.
Una sera si fece un po’ tardi alle prove ed io, che allora dormivo dai miei nonni in alcuni momenti, scappai come Cenerentola allo scoccare della mezzanotte! Purtroppo, distrattamente, invece della scarpetta dimenticai la mia valigia al Piccolo Teatro del Giullare ed, avendo il treno presto il giorno dopo, costrinsi il regista ad aprire il teatro per poi correre subito alla stazione, partenza per Firenze!
Penso mi abbia odiata allora…Contemporaneamente a questo nuovo incarico, ebbi la possibilità di disegnare una collezione di abiti d’alta moda sposa per un marchio fiorentino molto apprezzato, all’epoca, in Italia ed all’estero: Biancamaria Serao. Dovevo realizzare una linea parallela alle proposte ed ai capi iconici del brand che, sapendo del mio “passaggio di stile” in Genny e Byblos, voleva delle proposte fresche ed innovative per il prodotto sposa, allora ancora classico per i canoni estetici cui era legato.La titolare, la signora Biancamaria, era una donna dalla fortissima personalità.
Non era una stilista, ma amava la moda ed era una donna molto intraprendente che, dal nulla, riuscì a formare un bel team di lavoro che assecondava, con la tipica manualità e maestria fiorentina, ogni suo capriccio che poi si rivelava un’ottima chance commerciale.Aveva già compreso l’importanza della gestione della manodopera, così divideva le commissioni che riceveva dai clienti tra le lavoranti del laboratorio interno, che gestiva personalmente controllando ogni cosa, ed i laboratori esterni, ma sempre sul territorio italiano, specializzati in alcune lavorazioni particolari.Il suo prodotto rispettava tutte le regole del “ben fatto italiano”, per bellezza delle rifiniture, cura degli accostamenti delle materie prime, perfettamente coordinate, utilizzo di tessuti pregiati e ricercatezza dei pizzi, sempre di gusto e realmente molto vicini alla bellezza dei capi dei grandi nomi del Made in Italy, Valentino in particolare.
Alla signora Biancamaria affidai la realizzazione del mio abito “iconico” (per i giri immensi che ha fatto), completamente realizzato in organza di pura seta e taffetà, dalla fattura ancora oggi impeccabile. La conobbi molti anni prima presso l’atelier della mia famiglia, “Fratelli Bignardi”, che oltre alla produzione interna propria, era un multibrand ed aveva la migliore selezione sposa e di prêt-à-porter, come Laura Biagiotti, La Fleur, Creazioni Boschi ed altri.Allora l’atelier era gestito da mia madre Anna e mia zia Anna, rispettivamente mogli dei titolari, l’ingegnere Guglielmo e l’architetto Ruggero, fratelli Bignardi, coadiuvate da Filomena, il nostro punto fermo, tuttofare, che ha avuto la pazienza di crescermi e sopportarmi nel tempo trascorso insieme, mentre studiavo ed osservavo per imparare il mestiere.
Gli anni che vanno dal 1980 al 2000 furono un periodo d’oro per la volata delle più importanti firme italiane, per l’economia nazionale e, naturalmente, per il commercio al dettaglio. In questo ventennio, la mia famiglia ha continuato a rappresentare un riferimento di stile, sobrietà e alto valore dei prodotti citati non solo per la città di Salerno, ma posso dire, per la nostra regione…Ritorniamo però al mio viaggio, ritorniamo a Firenze!
Giunta sul luogo, ancora assonnata e pregna di atmosfere trecentesche, portai il mio book con i disegni illustrati della collezione, a cui avevo appuntato i rispettivi materiali selezionati nel precedente incontro presso il laboratorio adiacente alla sede operativa in Firenze.Cominciai dunque ad esporre il mio lavoro, mentre la titolare ed il suo team, con passione e fermento, commentavano i miei bozzetti, programmandone già la produzione, mentre io, affascinata dalla loro sveltezza ed operosità, ne carpivo i dettagli, immaginando la realizzazione.Bisognava correre, come sempre nella moda, poiché la produzione doveva occuparsi della confezione e dell’evasione degli ordini e, contemporaneamente, della nuova collezione… la fiera internazionale della sposa, Sì Sposaitalia, Milano, ci attendeva!Il gran giorno arrivò: le tensioni non mancavano, poiché all’esposizione in fiera si sovrapponeva la prima dello spettacolo “Il canto dell’allodola” ad Amalfi.
Le giornate non bastavano ed io mi ritrovavo a fare le ore piccole ed a viaggiare molto, perdendo spesso il senso dell’orientamento, dimenticandomi oggetti ovunque… la cosa non giovò molto ai miei problemi di “sonnambulismo”.Così, la notte tra il due ed il tre luglio, nell’hotel di lusso di Milano che ospitava tutto il team di Biancamaria Serao, accadde qualcosa.Il tre luglio è il giorno del mio compleanno ed io ricordo che mi svegliai energica e piena di vitalità, ma a colazione capii che ero l’unica ad essere in forma, poiché la signora Serao ed il marito erano furiosi e le altre donne del team avevano una brutta cera e mi guardavano stranite… forse perché, durante la notte, le mie manifestazioni inconsce dovettero spaventare le mie compagne di stanza, Miss Toscana e la responsabile del brand, le quali, basite, bussarono alla porta della camera dei titolari chiedendo loro aiuto!Il punto è che ancora oggi resto completamente ignara dell’accaduto, non ricordando assolutamente nulla, come al solito, quando ho questo tipo di episodi!Il seguito della giornata trascorse nel trambusto generale, tra il fermento della preparazione dello stand in fiera e la presentazione della collezione a clienti già acquisiti e buyer di tutto il mondo.
Così, tra il preparare le modelle nel backstage ed il riempire i moduli di commissione degli ordini, fu un attimo. Questo, che rappresenta il fine ultimo di tutti gli sforzi, era ciò che contava, perché la collezione e le novità che portai piacquero tantissimo.La titolare, infine, fu così entusiasta del mio lavoro da esporre una gigantografia di un mio bozzetto all’ingresso dello stand ed io conserverò sempre nel cuore questa esperienza e la possibilità di aver vissuto, anche se per un attimo, nella vita imprenditoriale di chi, in quegli anni, contribuiva a movimentare l’economia del nostro Paese.



