LA NOTTE CHE SI BRUCIO’ IL JAZZ

Di Michele Minisci

“Eravamo io, Chet Baker, Lee Konitz, Barney Kessel, Toots Thielemans, Tony Scoot, Joe Zawinul, Billy Chobam, Mike Stern…”. Voleva essere questo l’inizio di questa mia nuova edizione di questo libro, rubando l’indimenticabile “incipit” a Gianni Minà (Eravamo io, Fidel, Cassius Clay, Gabriel Garcia Marquez, Robert De Niro ….) il mitico giornalista che ci ha da poco lasciato, citando solo alcuni dei tanti musicisti, oltre 7.000, che hanno suonato nel nostro Naima Jazz Club, nel corso di questi lunghi anni. Ma forse è meglio iniziare come nella prima edizione, con l’incipit che aveva scritto mia figlia Costanza prendendo spunto dal suo temino di quinta elementare! “Tutto ebbe inizio quella notte quando incominciarono ad arrivare un sacco di telefonate a casa nostra dicendo che si era «bruciato il Jazz». Almeno io avevo capito così, dalle parole concitate di mio padre che rispondeva con ansia e frettolosamente, e così avevo scritto nel mio primo temino di terza elementare.

Fummo svegliati tutti, a tarda notte, dall’insistente e petulante squillare del telefono. Io avevo solo otto anni e non mi era chiaro cosa stava succedendo. Sentivo dalla mia cameretta, con la porta appena socchiusa perché volevo che filtrasse un po’ di luce prima di addormentarmi, solo la voce alterata di mio padre, e poco dopo lo sbattere della porta di casa. Il babbo si era precipitato fuori mezzo vestito, con i pantaloni in mano, mi disse poi la mamma. Capii solo qualche tempo dopo che era scoppiato un incendio (o era stato provocato?) nel locale dove mio padre e i suoi amici suonavano il jazz, il Ciaika di San Martino in Strada, nella periferia ovest di Forlì, in quella bassa Romagna dove la musica spesso si confonde con la nebbia e con l’anima e la fa tutt’uno con la ritmica del cuore.

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Nell’incendio andarono distrutti il pianoforte a muro, preso in affitto per i concerti, alcuni vecchi amplificatori Lombardi, molte sedie e tavolini.Poi erano arrivati i Vigili del Fuoco.Ma era già la seconda volta che succedeva. L’anno prima c’era stato un altro incendio al Circolo Karl Marx, una minuscola discoteca dell’Arci chiusa da diversi anni che mio padre e i suoi amici avevano riattivato per i loro primi concertini, evento che li aveva costretti a trovare un altro posto dove suonare. Allora avevano preso fuoco solo un vecchio mixer, due spie e due casse di amplificazione.Semplici incidenti, la bravata di qualche gestore di locale invidioso, di un musicista fallito che non veniva mai invitato a suonare nel club, o già allora, anche nella civile Romagna, era entrata in azione la mafia dei locali di intrattenimento? Non si saprà mai. Ma erano ipotesi che mai mio padre prese in considerazione: lui che attribuiva tutto al fato, al destino.

Forse, però, furono questi due episodi a trasformare la sua passione per il jazz, e successivamente per il blues, e la sua voglia di aggregare attorno a sé e ai suoi amici sempre nuove persone, in una caparbietà, in una determinazione cocciuta a sconfiggere le trame imperscrutabili del destino, tanto da ribaltare completamente il suo percorso di vita.

Incominciò così la sua personale «roulette russa» con la gestione quotidiana delle faccende riguardanti un club musicale, influenzata, appesantita, compromessa, poi, dalla necessità di far quadrare le entrate e le uscite dei vari concerti, che man mano che passavano gli anni diventavano sempre più grossi e importanti e occupavano sempre più tutti i suoi spazi, i suoi pensieri, il suo stesso essere, condizionando tutte le altre sue scelte personali, economiche ed esistenziali, innescando così, in pratica, quel suo pericoloso gioco d’azzardo con la quotidianità della vita.E probabilmente, tutto ciò cambiò, per alcuni versi, anche il mio destino”.

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(Costanza Minisci)