L’atavico sentimento – la gelosia – coinvolge da sempre entrambi i sessi ed è causa di trepidante inquietudine, induttiva di manifestazioni spesso morbose e rovinose, quali meschinità, petulanza, impeti precipitosi – non di rado violenti – le cui conseguenze sono catastrofiche.
E’ un sentimento, animato da possesso e mancanza di autostima, che si appalesa enfatizzando la differenza emotiva tra i sessi; un impulso da sempre associato all’amore – “amore vuol dir gelosia” -, ma in realtà è solo l’espressione del possesso e della paura di perdere chi riteniamo nostro, alla stregua di una proprietà, di un “oggetto”.
“Mi ha rubato il marito”, asserisce inviperita la moglie nei confronti dell’amante, “dimenticandosi” che “lui” – il marito – è un essere consapevole delle proprie azioni e ha scelto di proseguire il suo percorso di vita accanto a un’altra donna.”Lo consideravo un amico e guardate sto mascalzone, se la intendeva con mia moglie, lui e quella sgualdrina la pagheranno cara”.

Nessuna assunzione di responsabilità personale è insita in queste frasi cosiddette “fatte”, ma solo giudizio e risentimento verso chi, per qualsivoglia motivo è, al momento presente, considerato un partner più allineato all’evoluzione (o involuzione) raggiunta dal proprio compagno/a. Non sempre i due partner crescono o desiderano crescere nella stessa direzione.In ogni caso, l’esternazione della gelosia non funge da deterrente al tradimento. A questo, aggiungo che una persona dotata di autostima non accetta da sé stessa di scadere nell’attuazione di comportamenti irrisori. La sofferenza non è una giustificazione atta ad arrogarsi il diritto d’insulto e diffamazione e, men che meno di violenza agìta in ogni sua forma sino all’estremo.


