Andrea Appiani. Il pittore che restituì a Milano il volto del potere

di Marco Signorile

Ci sono mostre che ti travolgono e mostre che ti educano. Dopo aver attraversato l’immaginario visionario di Leonora Carrington nelle sale di Palazzo Reale, oggi il mio percorso continua con un artista diverso per energia, lingua e profondità: Andrea Appiani, il maestro che Milano aveva dimenticato e che questa esposizione restituisce alla città con una cura esemplare.

Scrivo queste parole mentre ancora risuona in me il silenzio della Sala delle Cariatidi. Entrarci dopo aver visto la mostra significa sentire il passato farsi presenza: le cicatrici dei bombardamenti del ’43, i vuoti lasciati dagli affreschi napoleonici distrutti, quell’eco sospesa di grandezza e perdita. È qui, in questo spazio ferito e nobile, che la storia si manifesta con maggiore evidenza. Si comprende quanto fosse imponente il ruolo di Appiani nella Milano neoclassica, e quanto fosse necessario riportarlo alla luce con uno sguardo contemporaneo.La mostra racconta l’artista con eleganza e misura, ricostruendo un percorso fatto di ritratti straordinari, bozzetti, documenti e cicli decorativi.

Si incontra il ritrattista di Parini e Verri, il pittore sacro capace di una luce quasi leonardesca, il decoratore raffinato che dialoga con la memoria di Tiepolo. Ma soprattutto, si incontra il pittore di Napoleone: l’uomo che, come David in Francia, contribuì a creare l’immagine “di Stato” dell’Imperatore, trasformandolo da condottiero a figura ieratica, quasi mitica. Il cartone proveniente dal Louvre — frammento prezioso dei Fasti Napoleonici perduti — restituisce un lampo di ciò che la guerra ha cancellato. È sufficiente a intuire la maestosità di un’opera che oggi potremmo conoscere solo in parte.

Se la Carrington trascinava dentro il suo mondo con un impeto visionario, Appiani richiede un passo diverso: invita allo studio, all’osservazione, alla lentezza. Non cattura con il sogno: cattura con la storia. Eppure, proprio in questa distanza si rivela il suo valore. Guardando le sue opere ci si accorge che, senza Appiani, Milano non avrebbe avuto lo stesso volto negli anni dell’Illuminismo e della stagione napoleonica. Le sue committenze, le sue sale, i suoi affreschi hanno definito un’estetica, un gusto, una narrazione politica ed emotiva dell’epoca.

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La mostra poi si apre idealmente verso l’esterno, grazie al raffinato Itinerario Appiani: un invito a ritrovare l’artista nei luoghi che ancora conservano la sua presenza, da San Celso a Villa Reale, da Milano a Monza. È un’estensione naturale dell’esposizione, un modo per restituire Appiani alla città e per ricordare che l’arte, quando vive nello spazio urbano, non appartiene più solo ai musei: appartiene a tutti.Ciò che colpisce, alla fine, è la qualità curatoriale del progetto. Dopo la potenza di Carrington, dopo i percorsi dedicati a Welles e alle grandi rassegne fotografiche, Palazzo Reale conferma una stagione culturale di altissimo profilo. Non una sequenza di mostre, ma un racconto coerente, plurale, capace di collegare epoche lontane attraverso la stessa cura, lo stesso rigore, la stessa volontà di far dialogare il pubblico con l’arte.E Appiani, oggi, torna finalmente al centro di quel dialogo. Non come reliquia del passato, ma come voce viva della storia di Milano. Una voce che merita — ora più che mai — di essere ascoltata.