di Marco Signorile
Ci sono date che non chiedono solo di essere ricordate: chiedono di essere ascoltate.
Il 25 novembre è una di queste. Una giornata che non appartiene al calendario, ma alla coscienza di tutti noi.
La violenza sulle donne non è un fatto privato, non è un’emergenza episodica, non è un tema da sfiorare per dovere di cronaca.
È una ferita collettiva. Una crepa che attraversa la società e rivela ciò che ancora non abbiamo imparato: il rispetto.
Essere sé stessi, fare le proprie scelte, costruire la propria vita: sono diritti essenziali, diritti umani. Eppure, troppo spesso, per una donna questi diritti diventano un terreno minato. Nessuno ha il potere morale di decidere chi una donna deve essere.
La donna è origine. È radice e rinascita, come la Madre Terra che ci sostiene. Attraverso il suo corpo diamo vita al futuro, eppure è proprio quel corpo — sacro e vulnerabile — a essere spesso violato, ferito, dimenticato.
Oggi celebriamo una ricorrenza, sì. Ma la celebrazione non basta. Il 25 novembre esiste per ricordarci che la protezione delle donne non può durare un giorno soltanto.
Simboli che parlano
Ci sono immagini che arrivano dove le parole non ce la fanno.
Le scarpe rosse — nate dall’azione artistica di Elina Chauvet — non avanzano più, ma continuano a raccontare: passi sospesi, vite interrotte. Il rosso è sangue, ma anche un faro acceso che ci obbliga a non distogliere lo sguardo.

Le panchine rosse sono ferite visibili nello spazio pubblico. Invitano a fermarsi, a ricordare. Ogni panchina è una testimonianza silenziosa che chiede ascolto.
E poi la memoria delle sorelle Mirabal, uccise nel 1960 per essersi opposte alla dittatura di Trujillo. La loro morte è diventata un grido che attraversa il tempo.
Perché dobbiamo parlarne
Perché ogni giorno troppe donne affrontano violenze che non lasciano lividi, ma scavano dentro.
Perché ogni femminicidio non è un fatto di cronaca, ma un fallimento collettivo.
Perché ogni donna che cerca aiuto dovrebbe trovare una mano tesa.
Il nostro impegno deve essere semplice e radicale:
Ascoltare.
Proteggere.
Credere.
Agire.
Il futuro che desideriamo — fatto di rispetto, dignità e libertà — comincia da questa promessa: non lasciare mai sola nessuna donna.
La libertà non è un privilegio: è un diritto che va difeso insieme.


