di Daniele Castrizio
La storia di Medea è una delle più intense e disturbanti del mondo antico. Non sorprende che, ancora oggi, continui a tornare nei teatri, nei romanzi, persino nelle analisi psicoanalitiche e nei dibattiti sui rapporti di coppia. Medea non è solo un personaggio mitologico: è un archetipo della passione che, tradita, si rovescia in odio.
I fatti sono noti. Figlia di Eete, re della Colchide – l’attuale Georgia – Medea si innamorò di Giasone, capo degli Argonauti. Per lui tradì la patria e la famiglia, arrivando persino a uccidere il fratello Apsirto, di cui disperse i resti in mare per rallentare l’inseguimento del padre. Grazie a lei, Giasone ottenne il Vello d’oro, ma lo zio Pelia rifiutò di cedergli il trono. Fu ancora Medea a intervenire, ingannando le figlie di Pelia: le convinse che, fatto a pezzi e bollito, il padre sarebbe ringiovanito con l’aiuto di un “pharmakón”. La realtà fu una morte atroce.
Banditi da Iolco, Medea e Giasone approdarono a Corinto. Qui, dopo dieci anni, il re Creonte offrì la figlia Glauce in sposa a Giasone, prospettando la successione al trono. L’eroe accettò, abbandonando Medea, che si vide rifiutata, esiliata e privata di tutto ciò per cui aveva sacrificato se stessa. È in questo tradimento che Euripide colloca la scintilla della tragedia: Medea, che aveva donato tutto, si ritrova improvvisamente “scartata”. Una dinamica che, pur con conseguenze meno estreme, non ci è affatto estranea: quante donne oggi si ritrovano sole dopo aver dedicato anni e sacrifici a un compagno?
Il piano di Medea fu spietato. Fingendosi rassegnata, inviò alla rivale una veste e una corona intrise di veleno. Glauce morì tra fiamme e convulsioni, seguita dal padre Creonte. Ma la vendetta non si fermò lì: Medea decise di colpire Giasone nella sua discendenza, uccidendo i propri figli, Mermero e Fere. È un gesto che, pur collocato nella dimensione del mito, ci ricorda tragicamente i fatti di cronaca nera che affiorano nelle nostre società: storie di amori malati, di violenze domestiche, di madri e padri che trasformano i figli in strumenti di vendetta.
Eppure, la parabola di Medea non finisce a Corinto. Fuggita sul carro del Sole trainato da draghi alati, sposò ad Atene il re Egeo e gli diede un figlio, Medo. Ma tentò anche di eliminare Teseo, l’altro figlio di Egeo, per assicurare il trono al proprio erede. Smascherata, fu costretta a fuggire di nuovo, fino al ritorno nella Colchide, dove si riconciliò con il padre.
L’arte antica ci consegna immagini di straordinaria intensità. Nell’affresco pompeiano della Casa di Giasone, Medea siede in silenzio sul seggio della matrona, la “signora della casa”, il mento sulla mano, segno iconografico di chi vede il futuro doloroso con lucidità e dolore, con i suoi figli che giocano accanto a lei e Giasone, con lo stesso gesto di consapevolezza di destino di morte, osserva da una finestra.

In una lekythos attica del Louvre , è colta nell’atto disperato di uccidere un figlio accanto alla statua di Apollo katharsios. Il dio purificatore che assolverà Oreste dal matricidio: il tentativo impossibile di purificarsi dal sangue versato.

Infine, nel cratere di Cleveland, la fuga sul carro solare, con il berretto frigio che la caratterizza come straniera, mentre sotto si consumano la morte di Glauce e di Creonte e l’impotenza di Giasone.

Medea non è solo un mito del passato. È un prisma che riflette paure e conflitti che ci appartengono ancora: l’angoscia dell’abbandono, il peso dell’ingratitudine, la furia che nasce dal sentirsi traditi dopo aver dato tutto. Nelle sue azioni leggiamo la radicalità di chi non accetta compromessi. Se oggi parliamo di violenza di genere, di relazioni tossiche, di famiglie spezzate, non possiamo non riconoscere in Medea un archetipo inquietante ma rivelatore.
Oggi, di fronte al dramma dei femminicidi e alle storie di cronaca che raccontano di donne uccise dai compagni, Medea ci appare come una figura speculare e ribaltata. Nel mito è la donna tradita a diventare assassina; nella realtà, troppo spesso, sono gli uomini incapaci di accettare la fine di un legame a trasformarsi in carnefici. Medea, allora, ci parla non solo di passioni estreme, ma dell’urgenza di riflettere sulla fragilità dei rapporti e sull’abisso che può aprirsi quando l’amore diventa possesso, quando il tradimento si trasforma in violenza. Il mito antico diventa così uno specchio crudele del presente, costringendoci a guardare negli occhi le nostre ferite sociali più profonde.

