Le parrucche nei ritratti d’epoca

di Rossana Lucente

Le parrucche, più di un semplice accessorio, sono state per secoli strumenti di comunicazione visiva: status sociale, moda, igiene, teatro e persino satira. Dall’antico Egitto all’Ottocento, le capigliature finte hanno lasciato un segno profondo anche nell’arte pittorica e scultorea, contribuendo a definire l’identità dei soggetti ritratti, dove uomini e donne di alto rango le indossavano in pubblico, spesso realizzati in lana, crine di cavallo o capelli umani intrecciati, per motivi igienici e antiparassitari, ma anche per determinare l’elevata condizione economica e sociale.

Nel dipinto “La morte di Cleopatra (1874)” di Jean-André Rixens, la conturbante e stratega regina lasciatasi morire con un morso di aspide, indossa una elaborata acconciatura nera, decorata da una fascia in oro e sormontata da un avvoltoio, animale sacro nell’antica città fluviale bagnata dal Nilo.

Mentre i romani usavano i “toupet” adatti a coprire le calvizie o per impersonare ruoli teatrali. Nei ritratti imperiali e nei mosaici, si notano pettinature complesse che spesso venivano replicate con l’uso di “posticci”. Inoltre, le patrizie dell’alta società erano famose per portare chiome bionde, spesso importate dalla Germania.

Durante il Medioevo, le parrucche scompaiono quasi del tutto dalla vita e dall’arte occidentale, in quanto il cristianesimo promuove la modestia e il velo per le donne, mentre gli uomini portano i capelli corti o tonsurati. In questo periodo, i dipinti, raffigurano figure religiose con acconciature semplici e simboliche, raramente artificiali. I primi capelli da cerimonia riappaiono verso la fine del Cinquecento.

In Francia la parrucca diventa simbolo di potere assoluto, come nel “Ritratto di Luigi XIV nei suoi abiti di incoronazione(1701)” di Hyacinthe Rigaud, dove il “Re Sole” indossa una enorme capigliatura riccia e scura, anche se spesso poteva essere grigia o bianca, generalmente incipriata, e destinata anche ai bambini. Nel mondo anglosassone, i “boccoli” entrano anche nella rappresentazione dei giudici e degli avvocati, tradizione che sopravvive tuttora.

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Nel XVIII secolo, il finto “codino” con nastro nero diventa un vero e proprio strumento di esibizione sociale, come testimonia il “Ritratto di Giacomo Casanova (1750 – 1755)” di Francesco Casanova, fratello dello scrittore rubacuori e avventuriero.

Nel ritratto di corte della “Regina Maria Antonietta di Francia (1775)” di Jean Baptiste Andre Gautier D’Agoty si nota lo sfoggio del “pouf”, una costruzione spettacolare, decorata con piume, la quale poteva essere arricchita da frutta finta, navi, miniature e vaccino antivaiolo. Una immagine in forte contrasto con i capelli improvvisamente sbiancati durante la notte, prima della decapitazione pubblica dell’amata e odiata “austriaca”.

Alla fine dell’ancien régime, la parrucca diventa simbolo di oppressione aristocratica e nei dipinti rivoluzionari le teste vengono ritratte senza artifici, con capelli naturali, spesso corti, per rappresentare la verità, l’uguaglianza e la ragione.

Con il Romanticismo e il Neoclassicismo, l’ideale di bellezza si sposta verso l’autenticità. Le onde posticce scompaiono quasi del tutto dalla ritrattistica, sopravvivendo solo a teatro. Nel XX secolo, la folta chioma ricompare, ma come strumento teatrale, identitario o provocatorio.

Nell’autoritratto di Andy Warhol della serie “Fright Wig (1986)” l’artista “pop” indossa ciocche argentate, una sorta di maschera pubblica, tra ironia e introspezione, eccentricità e fede intimistica. Attraverso i secoli, le parrucche nei dipinti e nelle sculture, non sono mai state solo elementi decorativi ma dichiarazioni politiche, simboli culturali e strumenti di identità sociale.