L’ Imperatore Irene

di Daniele Castrizio

Nata ad Atene intorno al 752, Irene apparteneva a una nobile famiglia, i Sarantapechos, una delle più influenti dell’Attica. Rimasta orfana in giovane età, fu condotta a Costantinopoli per volontà dell’imperatore bizantino Costantino V, che ne riconobbe le qualità e la destinò a un futuro di rilievo.

Secondo l’usanza romana, le giovani nobildonne che aspiravano al trono venivano presentate al futuro sovrano in una cerimonia sontuosa, la cosiddetta sfilata delle spose. Riccamente abbigliate, sfilavano davanti al principe, che poteva scegliere la futura consorte. Fu in questa occasione che il figlio di Costantino V, Leone, detto il Cazaro, scelse Irene. Un mese dopo, il 18 dicembre 769, i due si sposarono nella basilica di Santa Sofia: Irene ricevette allora la corona imperiale e il rango di Augusta.

Alla morte di Costantino V (775), Leone IV salì al trono e Irene divenne imperatrice. Nel 776, il sovrano volle assicurare la successione incoronando il figlio avuto da Irene, Costantino VI, come Mikròs Basileus, “piccolo imperatore”, cioè co-imperatore. Ma la morte prematura di Leone (780) lasciò il trono al giovanissimo Costantino, che aveva appena nove anni: la reggenza fu affidata alla madre.

Irene non si limitò a governare in nome del figlio: anche quando Costantino VI raggiunse la maggiore età, ella continuò a esercitare un potere diretto, arrivando a proclamarsi Autocrate dei Romani, un titolo fino ad allora riservato agli imperatori maschi. Il giovane Basileus non accettava più l’ingombrante presenza materna, e quando tentò di emanciparsi con una rivolta, Irene reagì abilmente: minò la popolarità del figlio, sfruttandone gli errori politici e militari. Così, nel 797, quando Costantino VI era ormai estremamente impopolare, Irene colse l’occasione per deporlo. Portato con la forza a Costantinopoli, l’imperatore fu accecato il 15 agosto nella stessa stanza in cui era stato battezzato e morì poco dopo per le conseguenze delle ferite.

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Irene restò sola al potere e, con un gesto senza precedenti, assunse il titolo di Basileus, “Imperatore” al maschile, segnando la sua volontà di essere riconosciuta come unico sovrano legittimo. Le sue ambizioni si riflettono anche nella monetazione. Nei nomismata emessi durante la reggenza, pur a nome del figlio, Irene appare insieme a lui sul diritto, a destra, ma è lei a portare, oltre la corona femminile con i pendilia, il loros, la sciarpa consolare simbolo della luce di Cristo e della funzione imperiale di Vicario sulla terra.

Dopo la morte di Costantino VI, le sue monete si fecero ancora più straordinarie: Irene compare sia al diritto che al rovescio, vestita con il loros, caso unico in tutta la numismatica romana d’Oriente, anche se la leggenda monetale la definisce Basilisse, al femminile.

La sua autorità fu però presto sfidata da un evento epocale. Il 25 dicembre dell’800, papa Leone III incoronò Carlo Magno “Imperatore dei Romani”. Il pontefice, considerando illegittimo il dominio di una donna sul trono romano, definì Irene con disprezzo “Imperatrice dei Greci” e attribuì al re dei Franchi e dei Longobardi il titolo che spettava da secoli agli imperatori di Costantinopoli. Da questo gesto nacque una nuova concezione politica: non era più l’eredità romana a definire un popolo, ma la lingua: chi parlava latino era “romano”, anche se franco o barbaro; chi parlava greco era, appunto, “greco”, anche se romano d’Oriente.

Irene, pur impossibilitata a reagire militarmente, non riconobbe mai Carlo come imperatore, ritenendone l’incoronazione un atto di usurpazione. Tentò però una mossa diplomatica di grande portata: una proposta di matrimonio con lo stesso Carlo, che avrebbe potuto ricomporre l’unità imperiale. Il progetto non ebbe seguito, perché poco dopo Irene fu deposta dal funzionario di corte Niceforo I (802).

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La sua parabola resta unica: prima donna a governare l’Impero romano d’Oriente come sovrano assoluto, come la vediamo nella Pala d’oro di Venezia, capace di osare là dove nessun altro aveva mai pensato di spingersi, Irene lasciò un segno profondo nella storia di Bisanzio. Le sue monete, i suoi gesti e la sua stessa ambizione testimoniano la forza di un carattere eccezionale e la volontà di incarnare in sé, sola, il potere imperiale.