di Marco Signorile
Siamo a Noto, ma lontani dai fasti barocchi delle chiese dorate e dei balconi fioriti. Qui, nella campagna silenziosa lambita dal fiume Tellaro, si nasconde una bellezza che ha dormito per secoli sotto la polvere e le pietre: Villa del Tellaro, residenza romana del IV secolo d.C., venuta alla luce quasi per caso, nel 1971, dopo che alcuni
tombaroli – ironia della sorte – ne avevano risvegliato le tracce.

Appare come un miraggio nella luce del sud: uno di quei luoghi dove il tempo sembra liquefarsi e la
storia prendere voce. Se Camilleri avesse voluto farci passare Montalbano, lo avrebbe fatto con
passo lento e sguardo incantato. Perché qui, tra i filari di viti e il canto dei grilli, si respira un’altra
Sicilia: quella profonda, antica, romana.
La villa era una residenza agricola signorile, forse appartenuta a un ricco latifondista o a un funzionario imperiale. Di essa restano oggi i pavimenti musivi, tra i più raffinati dell’isola, perfettamente paragonabili – seppur più contenuti – ai celebri mosaici della Villa del Casale a Piazza Armerina. Anche qui, le maestranze erano
probabilmente nordafricane, come suggerisce lo stile delle composizioni: intarsi minuti, cromie vivide, scene mitologiche e racconti di caccia che sembrano ancora muoversi sotto i nostri occhi.
Una delle meraviglie più affascinanti è il riscatto del corpo di Ettore dall’Iliade: un’immagine potente,
che mostra una figura femminile seduta – forse Andromaca, o Ecuba – mentre sullo sfondo si dispiega il dolore e l’onore degli eroi. Accanto a essa, una lunga scena venatoria con animali esotici e figure elegantemente panneggiate, e poi un corteo dionisiaco che sembra celebrare il piacere dei sensi e del vivere.
Le tessere, in calcare e marmo, brillano ancora sotto la luce del pomeriggio, resistendo al tempo e
alla dimenticanza. Alcuni pavimenti sono stati riutilizzati, o rimossi, nel corso dei secoli: persino
una masseria settecentesca fu costruita sopra la villa, inglobandone frammenti nelle murature.
Oggi la Villa del Tellaro è visitabile, anche se spesso lontana dai circuiti più noti. Ma proprio per questo,
ha il fascino delle scoperte intime, dei segreti sussurrati all’orecchio: un invito a fermarsi, ad ascoltare la voce del mito sotto i piedi, a lasciarsi nutrire dalla bellezza, ancora una volta.


