Selvaggia Lucarelli: “Narciso” e il silenzio che uccide due volte

di Marco Signorile 

Cattolica, Piazza Primo Maggio. Il sabato sera del MystFest vibra di parole affilate, ma necessarie. Sul palco, Selvaggia Lucarelli e Carlo Lucarelli. Tema: Narciso. Ma non è mitologia. È femminicidio.

Selvaggia entra subito nel cuore della questione: “Non volevamo che il titolo celebrasse l’assassino. Ma quella scena, con il quadro di Narciso sopra il corpo di Giulia, era troppo simbolica per ignorarla.” La storia è nota, ma raccontarla davvero resta un atto politico. Giulia Balestri, madre e compagna, viene uccisa dall’ex marito Matteo Cagnoni, uomo affascinante, mediatico, rispettato. Un volto noto. E proprio per questo, disturbante.

“Il nostro compito è ridare identità a chi non può più parlare,” afferma Lucarelli. Il noir diventa specchio. Carlo Lucarelli lo sottolinea con forza: “Questa storia non ci dà scuse. L’assassino è italiano, colto, benestante. È uno di noi. Nessun alibi.” È proprio questo che ci spaventa: la vicinanza. La possibilità che il male abiti un salotto ordinato, un volto elegante, una voce educata.

Giulia aveva attorno persone che intuivano. Ma non lei. O forse sì, ma non riusciva a dare un nome all’indicibile. “Era l’uomo con cui aveva fatto tre figli. Come accetti che possa diventare il tuo carnefice?” dice Selvaggia. “È morta perché ha inseguito la libertà,” aggiunge Carlo. E il pubblico resta in silenzio.

Nel podcast e nel libro c’è anche Tata Emilia, la donna che ha cresciuto Giulia. “Volevo un finale dolce, reale. Giulia non è solo quel corpo a terra. È anche quella donna con un cesto di ciliegie e un amore nuovo tra le mani.” Il dolore, qui, non è spettacolo. È eredità. È memoria. E Narciso, questa volta, non si specchia. Viene guardato. E non si salva.

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