Di Daniele Castrizio

È triste vedere certi playboy che sembrano non aver mai cambiato strategia: sempre le stesse frasi, le stesse dediche di canzoni, gli stessi sguardi da attore tragico e passionale, come in un copione stantio. Come se bastasse ripetere una formula già usata per ottenere ancora una volta ciò che si desidera. Questa costante, che appartiene tanto all’uomo moderno quanto a quello antico, la ritroviamo perfino in uno dei protagonisti più celebri del I secolo a.C.: Marco Antonio, il famoso generale romano e braccio destro di Giulio Cesare, noto tanto per le sue imprese militari quanto per la sua turbolenta vita sentimentale.
Tutti conoscono, almeno a grandi linee, la storia d’amore tra Marco Antonio e Cleopatra, regina d’Egitto, un rapporto reso immortale dalla tragedia di William Shakespeare. Ma pochi ricordano che prima di Cleopatra ci fu un’altra donna al fianco di Antonio, altrettanto importante da un punto di vista politico: Ottavia, sorella di Ottaviano, colui che sarebbe poi diventato il primo imperatore romano con il nome di Augusto.
Il matrimonio tra Marco Antonio e Ottavia fu il tentativo, da parte del Senato romano, di consolidare l’alleanza tra Antonio e Ottaviano, dopo l’assassinio di Cesare. Un’unione non certo nata da passione, ma da pura necessità politica. Tuttavia, per onorare Ottavia e forse per rafforzare la propria immagine pubblica, Marco Antonio decise di celebrarla attraverso le monete, il principale strumento di propaganda visiva dell’epoca. E lo fece con uno schema semplice ma efficace: da un lato la propria testa, dall’altro quella della consorte.
Queste monete ci restituiscono il volto di Ottavia, serio, composto, marcatamente romano: capelli raccolti con cura, lineamenti regolari, un’espressione sobria che riflette i valori tradizionali dell’aristocrazia repubblicana. Un’immagine che parla di dovere, di moderazione, di dignità.
Poi venne Cleopatra, e Antonio usò lo stesso schema. Ancora una volta la sua testa da un lato, e quella della donna amata dall’altro. Ma quanto è diverso il volto della regina egiziana! Cleopatra
appare fiera, con tratti somatici forti e marcati: un naso pronunciato, un mento deciso, una pettinatura all’egiziana che la distingue nettamente dalle matrone romane. È una regina macedone, figlia dei Tolomei, ma domina visivamente la moneta tanto quanto dominò, per un periodo, il cuore e la volontà del suo amante.

Il paragone tra le due donne, offerto proprio dalle monete, non può che colpire. Da un lato la Roma del dovere, dall’altro l’Oriente della seduzione. E proprio come certi uomini che ripetono le stesse mosse con donne molto diverse, Marco Antonio usa lo stesso mezzo – la moneta – per due scopi completamente differenti: il primo per rassicurare Roma, il secondo per sfidarla.
Eppure, per quanto la storia sia fatta di calcoli, di alleanze, di convenienze, nel caso di Marco Antonio l’amore ebbe l’ultima parola. Per Cleopatra abbandonò Ottavia e infranse il patto con
Ottaviano, scatenando la guerra che avrebbe portato alla sua rovina. Non ci fu alcun lieto fine: né per Antonio, sconfitto ad Azio e poi suicida, né per Cleopatra, che lo seguì nella morte. Ma in quella sconfitta, nell’errore madornale di anteporre il sentimento al potere, c’è qualcosa di profondamente umano, e per questo ancora oggi affascinante.
Le monete, fredde e metalliche, non possono mentire: ci raccontano i volti, ci suggeriscono le priorità, ma sono anche una prova silenziosa delle ripetizioni e degli inganni della passione. Marco Antonio ha cambiato moglie, sì, ma non ha mai cambiato strategia. E come quei seduttori che non sanno fare altro che copiare sé stessi, alla fine ha pagato un prezzo altissimo.

