Edipo Re: I Costumi Stratificati di Paola Bignardi per Andrea Carraro

Di Paola Bignardi

Per questo Edipo Re ho lavorato a partire da una richiesta precisa del regista: riprendere e adattare i costumi creati per Medea circa 24 anni fa, rispettandone la materia e la memoria, e stratificandovi sopra il nuovo senso della tragedia. Il risultato è un sistema visivo in cui il tempo della colpa è visibile sulla stoffa stessa.

La base comune: Tebe come rovina

Tutti i costumi nascono su una base di jersey ruvido grigio scuro, trattato con incrostazioni di calce bianca, le cui forme mutano in drappeggi o in simulazione di scanalature delle colonne doriche, diversificando il personaggio. È la materia di una città invecchiata, scrostata, ferma nel tempo. Una Tebe che non è sana e che aspetta l’epidemia che poi arriva su un corpo già segnato.

L’介入 pittorico: la macchia morale

Su questa base ho lavorato per colatura e pennellata con il verde petrolio. La peste non è un colore di scena, è una macchia morale che cola, si sovrappone, contamina. Come nel testo di Sofocle, il miasma non resta fuori: entra nei corpi, nei ruoli, nella voce della città. È l’immagine visiva di ciò che trapela: l’errore, il passo falso che non nasce da malvagità assoluta, ma dall’eccesso, dall’hybris, dal non voler vedere.

I personaggi

Edipo

Ho mantenuto le bende invecchiate tra polpaccio e caviglia per conservare la traccia della deformazione originaria da cui nasce il nome e il destino del personaggio e, per focalizzare l’attenzione sui suoi piedi che hanno calzari ma sneakers contemporanee, di archivio, attentamente dipinte in linea col tutto. Su di esse e sul costume cola il verde petrolio: la ferita iniziale si è infettata e ha contagiato tutta Tebe. Le ferite agli occhi sono trattate come lacrime di sangue: il momento in cui la verità diventa dolore fisico e visibile. Quando Edipo riconosce ciò che ha fatto, la tragedia compie il suo movimento centrale: la conoscenza che distrugge e purifica.

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Giocasta

Per Giocasta ho ripreso l’abito creato per Medea, nato come fiore rovesciato in georgette di seta che ricordava il glicine. L’ho ridipinto completamente con colature e pennellate di verde petrolio. La bellezza originaria viene cancellata dalla macchia: anche la regina è dentro la contaminazione della città. In lei la tragedia è il rifiuto della conoscenza fino all’ultimo, la scelta di fermare la verità per proteggere l’ordine apparente.

Corifea

Su richiesta del regista, ho costruito un copricapo che nascondesse il sesso femminile dell’attrice per restituire la funzione collettiva del coro. Ho lavorato su una superficie neutrale che simula un cranio calvo, su cui ho fatto colare il verde petrolio. Il coro in Sofocle è la voce della città che commenta, trema, partecipa. È contaminata come la città stessa, perché non è esterna alla colpa: la vede e tace.

Tiresia

Per Tiresia ho rielaborato le forme del Guerriero di Capestrano, su input diretto del regista. La silhouette arcaica, rigida, ieratica lo separa dal tempo della colpa di Tebe. È la voce della sophia tragica: vede ciò che gli altri rifiutano di vedere, ed è per questo fuori dal sistema, fuori dal contagio. Viene da un ordine più antico, quello del divino che la polis ha rimosso.

Il servo di Laio

Mantiene la stessa pulizia di Tiresia: unico testimone fuori dal patto di silenzio, resta immune alla macchia. È la memoria che non è stata corrotta, la verità che poteva fermare tutto.

Il coro

Le comparse indossano pepli dorici nei colori delle terre – ocra, bruno, terracotta. È la città stessa, la terra di Tebe: contaminata, ma non originaria della colpa. Il coro sofocleo non giudica dall’esterno: soffre dentro, e la sua voce è la katharsis possibile per lo spettatore.

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Una nota sul metodo e sul senso

Il lavoro è stato di adattamento, non di sostituzione. Ho rispettato la materia e la storia dei costumi di Medea, intervenendo con cucitura e pittura per far emergere il nuovo senso senza cancellare il precedente. Il grigio, la calce, il verde petrolio: sono strati che si vedono guardando il lavoro da vicino.

Per Sofocle la tragedia non è lo spettacolo della sofferenza, ma il luogo in cui l’uomo si misura con ciò che non controlla: fato, colpa, verità. Il costume qui segue la stessa logica. La colpa, come la pittura, non si cancella. Si stratifica. E guardandola, forse, si riconosce.

“Guardando la fine di Edipo, non ritenere alcuna mortale felice, prima che abbia varcato il confine della vita senza aver sofferto alcun male.” — Da Edipo re di Sofocle, Il Coro