Amarga Navidad. Quando Almodóvar smette di nascondersi

di Marco Signorile

A distanza di due anni, Pedro Almodóvar torna con Amarga Navidad. Un ritorno atteso, ma soprattutto diverso. Perché questa volta non sembra esserci soltanto un nuovo film. C’è uno sguardo che cambia direzione.

Presentato al Festival di Cannes 2026 e arrivato nelle sale italiane, Amarga Navidad attraversa uno dei territori più delicati del cinema di Almodóvar: quello in cui realtà e finzione si sfiorano, si confondono e finiscono per diventare racconto. La storia si sviluppa tra passato e presente, in un intreccio che riflette memoria, identità e crisi creativa. Un gioco di autofinzione che non è mai esercizio di stile, ma necessità espressiva.

Il cast di Amarga Navidad e l’iconico ritorno di Rossy de Palma

Accanto a lui, un cast corale composto da Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Victoria Luengo, Patrick Criado, Milena Smit e Quim Gutiérrez, a cui si aggiunge l’attrice storica e iconica Rossy de Palma, volto indissolubilmente legato all’immaginario almodovariano e presenza simbolo di molti dei suoi film più amati.

Ma i nomi, qui, non bastano. Perché il cinema di Almodóvar ha una qualità rara: non si limita a raccontare storie, le attraversa.

Non ho mai perso un suo film e proprio per questo credo sia giusto avvicinarsi a Amarga Navidad senza aspettarsi l’Almodóvar che molti ricordano. Non ci sono le esplosioni emotive di altre opere, né il gusto della provocazione che ha reso celebre il regista spagnolo. C’è qualcosa di più silenzioso, più intimo, più vicino alla confessione.

La finzione e la scrittura nel nuovo film di Pedro Almodóvar

Guardando il film ho avuto la sensazione che, per la prima volta, Almodóvar non stesse costruendo dei personaggi per raccontare una storia, ma una storia per raccontare sé stesso. Ogni personaggio sembra custodire una sua fragilità, un ricordo, una paura, un desiderio. Come se le figure che popolano il racconto fossero frammenti della stessa anima.

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È lui stesso, nelle interviste, ad aver spiegato quanto questo film sia legato al suo amore per la scrittura. Una scrittura che nasce spesso dalla realtà, da persone incontrate, emozioni vissute, frammenti di vita osservati nel tempo, ma che non diventa mai confessione diretta. Almodóvar attinge al reale senza mai consegnarlo integralmente allo spettatore. Lo trasforma, lo rielabora, lo protegge. Per lui la finzione non serve a nascondere la verità, ma a custodirla, rispettando le persone, le storie e le emozioni da cui nasce il racconto.

E accanto alla scrittura c’è un altro elemento che emerge con forza: il desiderio di continuare a fare cinema. Di scrivere, certo, ma anche di stare sul set, dirigere gli attori e abitare quel luogo vivo e irripetibile dove le parole smettono di essere sceneggiatura e diventano immagini, sguardi e presenza.

Forse è proprio questo dettaglio a rendere il suo cinema così recognizable e così umano. Scrive prima di girare, costruisce prima di mostrare. E quando il film arriva sullo schermo, ha già una direzione precisa: quella dell’anima.

Il significato del finale: l’uomo dietro il regista

Amarga Navidad sembra inserirsi in questo percorso con una consapevolezza nuova. Come se il regista, questa volta, avesse deciso di avvicinarsi ancora di più a sé stesso. Senza protezioni, ma sempre attraverso il cinema.

Il finale non chiude tutto. Eppure non lascia davvero aperto nulla. Lascia piuttosto una sensazione: quella di aver intravisto l’uomo dietro il regista. Come se, dopo una carriera passata a raccontare gli altri, Almodóvar avesse scelto di raccontarsi. Con pudore, con eleganza, con quella sincerità che appartiene soltanto agli artisti maturi.

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E allora sì, più che un film, Amarga Navidad è un incontro. Per chi il cinema non lo guarda soltanto. Ma lo riconosce.