Gli amanti di Julio Cortàzar: la rivelazione dell’amore come atto di resistenza e disobbedienza silenziosa nei confronti della società

di Paolo Brutto

“Chi non legge Cortàzar è spacciato. Non leggerlo è una malattia molto seria ed invisibile, che col tempo può avere conseguenze terribili”. A pronunciare queste parole così nette e lusinghiere sull’estro e il genio letterario di Julio Cortàzar fu nientemeno che Pablo Neruda e, a ben vedere, non possiamo fare altro che accettare in toto questa analisi e confermare a nostra volta il giudizio decisamente tranchant del grande poeta cileno. Cortàzar, scrittore caratterizzato da una forte vocazione sperimentale, è stato un assoluto maestro del racconto e del romanzo, ma dotato com’era di un talento straordinariamente poliedrico, fu anche poeta, critico letterario, saggista e drammaturgo. Nato ad Ixelles, in Belgio, da genitori argentini, Julio Cortàzar trascorse la sua vita tra l’Argentina e la Francia e l’eco di questo vissuto lo ritroviamo nella sua opera di certo più famosa intitolata Rayuela, il gioco del mondo, un antiromanzo – il cui titolo avrebbe originariamente dovuto essere Mandala – in cui l’esperienza parigina ed argentina confluiscono in maniera assolutamente complementare dando forma ad una struttura narrativa assolutamente affascinante e surreale, dove i 155 capitoli del romanzo possono essere letti sia nell’ordine specificato dall’autore all’inizio del romanzo oppure in ordine di comparizione. Questa scelta soggettiva da parte del lettore rappresenta decisamente il punto di maggiore originalità del romanzo oltre al fatto di mescolare sapientemente elementi di vita quotidiana a profonde riflessioni filosofiche sulla vita e sul destino dell’uomo sulla terra. Le sue opere, che spaziano principalmente nei generi del fantastico e della metafisica, furono molto stimate da Borges e la critica letteraria spesso paragona il genio di Cortàzar a quello di Cechov o a quello di Edgar Allan Poe, di cui Cortàzar fu un sincero ammiratore fin da bambino tanto da tradurlo in età adulta. In questo breve spazio o “cantuccio” letterario a nostra disposizione ci soffermeremo però sul Cortàzar poeta e, in particolar modo, andrò ad analizzare una poesia che, da sempre, fa vibrare le corde della mia anima fino a rappresentare un vero e proprio inno di ribellione e di resistenza a quell’incessante ‘opera del nulla’ che pretende di inglobare e automatizzare un sentimento che nella sua intrinseca libertà trova la sua primaria ragion d’essere. Stiamo parlando de Gli amanti, una poesia contenuta nel volume Ultimo Round e pubblicato per la prima volta nel 1969: secondo le intenzioni di Cortàzar quest’opera rappresenta una grande miscellanea che unisce appunti, fotografie, illustrazioni, saggi, pensieri e suggestioni varie.

In questo collage così variegato di ricordi e di emozioni – Cortàzar immaginò quest’opera come un vero e proprio almanacco come quelli che lui amava sfogliare da ragazzo – si inserisce il tema dell’amore, un sentimento che per lo scrittore argentino naturalizzato francese diventa l’ultimo baluardo di resistenza nei confronti di un mondo cieco e ottuso, oramai perso nei suoi automatismi disumanizzanti intrisi d’abitudine e vuoto esistenziale.

                                         E chi li vede che se ne vanno per la città
                                         se tutti sono ciechi?
                                         Loro, si prendono per mano: qualcosa parla
                                         fra le dita, dolci lingue lambiscono
                                         l’umido palmo, corrono per le falangi,
                                         e sopra sta la notte piena d’occhi.
                                         Sono gli amanti, la loro isola fluttua alla deriva
                                         verso morti di cespuglio, verso porti
                                         che fra le lenzuola si aprono.
                                         Si disordina tutto attraverso gli amanti,
                                         tutto trova la sua cifra giocata;
                                         loro, però, neppure sanno che
                                         mentre rotolano nell’amara arena
                                         che è loro c’è una pausa nell’opera del nulla,
                                         e che il tigre è un giardino che gioca.
                                         Albeggia nei carri dell’immondizia,
                                         cominciano a uscire i ciechi,
                                         il ministero apre i suoi portoni.
                                         Gli amanti arresi si guardano e si toccano
                                         una volta di più prima di fiutare il giorno.
                                         E già sono vestiti, già se ne vanno per la strada.
                                         Ed è solo allora
                                         quando sono morti, quando sono vestiti,
                                         che la città li recupera ipocrita
                                         e gli impone i doveri quotidiani.

Questa lirica di Cortàzar ci offre un ritratto assolutamente intenso e visionario dell’amore, descrivendolo come una dimensione separata dal mondo che ci circonda, un’isola che fluttua alla deriva al di là del tempo e dello spazio. Gli amanti vivono in un universo tutto loro, invisibili agli altri – definiti addirittura ciechi da Cortàzar – e il loro linguaggio non si esprime attraverso le parole ma attraverso il tatto, le mani che si intrecciano e le dolci lingue che lambiscono l’umido palmo. La notte, piena d’occhi, è il loro regno ed è proprio in questo momento che l’amore, raggiungendo il suo culmine, sembra sovvertire qualsiasi cosa, qualsiasi ordine costituito, riuscendo addirittura a porre una pausa a quell’infinita opera del nulla che per Cortàzar rappresenta la morte della nostra umanità e dei nostri sentimenti più autentici.
L’amore, in questa lirica, rappresenta per il poeta ben più di un sentimento che inneggia alla passione intensa e sfrenata dei sensi ma diventa una vera e propria sospensione dell’ordine del mondo: la logica del profitto, dell’utilità e dell’efficienza produttiva si interrompe di fronte alle mani intrecciate degli amanti, di fronte ai loro corpi che rotolano nell’amara arena e, di fronte a questo disordine apparente ma assolutamente necessario, il tutto trova la sua cifra giocata. Ma questa condizione di ‘sospensione’ dalla realtà, di viaggio fantastico attraverso mondi sconosciuti in cui le pulsioni del corpo e dell’anima si accendono in un’estasi amorosa capace di dare luce perfino alle stelle, si spegne, purtroppo, alle prime luci dell’alba quando le stuole dei cosiddetti ‘ciechi’, incapaci di guardare la luce dell’amore e di riconoscerne la sublime grandezza, riprendono la loro routine buia e quotidiana, una realtà grigia e opprimente che stride fortemente con la magia vissuta dagli amanti durante la notte. Anche quest’ultimi, tuttavia, vengono risucchiati dall’informe massa grigia rappresentata dai doveri quotidiani e, una volta vestiti, ritornano come ‘morti’ alle loro occupazioni, novelli zombies calati in una sorta di Matrix ante litteram in cui le nostre vite non sono altro che algoritmi e funzioni decisi da fattori e da scelte che di umano hanno ben poco. Ed è qui, in questa morte non fisica ma simbolica, che noi ritroviamo la forza rivelatrice e struggente di questi versi: l’amore viene tollerato dalla società solo se controllato, ‘addomesticato’ e la sua accettazione, in chiave sociale, deve essere resa compatibile con il ‘sistema’ che ci circonda e le sue regole. Il contrasto insanabile tra la libertà (effimera) degli amanti e le convenzioni rigidamente codificate dalla nostra società consumistica rappresenta un tema molto ricorrente nella poetica di Cortàzar, dove il surreale si intreccia col quotidiano creando suggestioni immaginifiche. L’amore, quello vero, quello intimo che abbraccia in un colpo solo sia i corpi che le anime degli amanti, viene visto con sospetto – e, in molti casi, additato come ‘scandalo’- perché l’incanto della passione amorosa non solo incrina le regole del conformismo ipocrita e perbenista ma rappresenta un atto autentico di ribellione, di disobbedienza silenziosa, dove gli orari che incombono, i doveri che reclamano, gli obblighi che opprimono sembrano perdere il loro potere in favore di un sentimento che non è mera evasione o fuga dalla realtà ma diventa rivelazione autentica della nostra essenza umana. Il vero scandalo, per Cortàzar, non è la passione degli amanti ma la cecità di chi non riesce più a cogliere la magia dell’amore. In un’epoca come la nostra dove si vuole a tutti i costi incasellare o ingabbiare qualsiasi sentimento per renderne la narrazione più accettabile e condivisibile, questi versi vogliono suggerirci, anzi, vogliono gridare al mondo intero che l’amore vero esiste e che non è assolutamente fragile o ‘destabilizzante’ come vogliono farci credere fin da bambini. E’ in esso che risiede la nostra essenza, la nostra umanità più vera e diventiamo ciechi non solo e non tanto quando non riusciamo a riconoscerlo intorno a noi ma, soprattutto, quando smettiamo di credere di poter diventare anche noi, almeno per una volta, quell’isola che fluttua alla deriva.

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L’‘amplesso fotografico’ tra David Hemmings e la modella Veruschka tratto dal film Blow-Up di Michelangelo Antonioni (1966), vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1967 e ispirato al racconto Le bave del diavolo di Julio Cortàzar.